I Grandi Alpinisti

Paul PreussPaul Preuss
(Altaussee, 19 agosto 1886; 3 ottobre1913), Vienna, 14 Febbraio 1906

"Il cavaliere solitario" precipitò dallo spigolo Nord del Mandlkogel, sulle Alpi austriache durante una prima solitaria, in pieno VI grado. Sembra che infuriasse una bufera. Il suo corpo fu trovato solo 11 giorni dopo sotto un manto di neve fresca. La parete venne vinta solo circa 20 anni più tardi. Preuss è considerato il padre spirituale del moderno "free climbing", per quanto la sua filosofia di arrampicata fosse improntata alla massima intransigenza, piuttosto lontana dall’etica attuale. Egli ripudiava qualsiasi mezzo artificiale atto alla progressione ma anche alla sola assicurazione. Ciò esige da parte dello scalatore una totale consapevolezza dei propri mezzi e limiti. Rifiutava anche l’uso della corda doppia in discesa, in quanto chi sale deve essere anche in grado di scendere gli stessi passaggi, solo così lo scalatore dimostra di essere al di sopra delle difficoltà superate e quindi di non aver azzardato. Sembra che sui passaggi veramente ardui facesse slegare il compagno di cordata per non trascinarlo in una eventuale caduta. Delle sue innumerovoli imprese la più famosa rimane forse il superamento della parete Est del Campanile Basso di Brenta il 28 luglio 1911. Un ardito V grado che egli superò da solo e ovviamente senza corda! È singolare notare che nei suoi scritti non compaia mai l’espressione "lotta con la montagna" che abbonda invece in pressochè tutta la letteratura alpina precedente e successiva. Tratto da: "L’arrampicata libera di Paul Preuss", R. Messner

"Sperate sempre in ciò che aspettate,
ma non aspettate mai ciò in cui sperate.
Credete solo in ciò che vi convince,
ma lasciatevi convincere solo
da ciò in cui credete.
A felice ricordo di chi, tra Schiller, Lessing e se stesso
lascia solo una foglia in libertà,
perché sotto i raggi del sole ogni sua goccia
di rugiada possa brillare"


Hans DülferHans Dülfer
(Barmen, 23-maggio-1892; Arras, 15-giugno-1915)

Di questo sfortunato alpinista (morì in guerra) è stato detto: "Dobbiamo ringraziare Dülfer se abbiamo fatto tanti progressi nella tecnica alpinistica; egli fu il precursore e il propugnatore." Emilio Comici "Dülfer era il miglior rocciatore dei suoi tempi, e possedeva tutti i requisiti sportivi fondamentali. Si forgiò un proprio stile, a cui non potevano essere negate eleganza, serietà e bellezza. Voleva dimostrare che non esiste l’impossibile." Walter Schmidkunz "Dülfer non era un ginnasta, era un acrobata" Hanne Franz

Non è detto che quelli che fanno tante chiacchiere siano i migliori!

 


 George Leigh Mallory
(Nobberley, contea di Cheshire, 18 giugno1886; Everest, 8 giugno 1924)

George L. MalloryMallory faceva parte di quella cerchia elitaria di alpinisti britannici che, provenienti dalle università di Oxford,Eton o Cambridge, compivano estate dopo estate audaci imprese sull’arco alpino. Rispetto ai molti professori che praticavano questo sport, Mallory era ancora giovanissimo, ma era già uno dei più dotati scalatori inglesi. Mallory era un insegnante amato dai suoi allievi, parlava loro spesso dei monti e li invitava a incontri con i suoi compagni di scalata di Cambridge. Riteneva che nessuno sport potesse essere paragonato all’alpinismo. In nessun’altra disciplina sportiva era possibile, secondo lui, provare esperienze della stessa intensità. Era di bell’aspetto, con qualcosa addirittura di grazioso, tanto da farlo apparire, a chi non lo conosceva, quasi effeminato. Mallory partecipò a tre consecutive campagne per la conquista dell’Everest e dalla terza, nel 1924, non fece ritorno. La sua scomparsa lasciò però un’ombra di mistero perchè nessuno fu testimone delle circostanze in cui lui e il compagno di cordata Irvine scomparvero. Si azzardò persino l’ipotesi che i due potessero avere raggiunto la cima. Nel 1999 una spedizione americana ritrovò il corpo ma non la macchina fotografica che molto probabilmente avrebbe risolto ogni dubbio. In questo stesso sito si dà ampio risalto alla notizia del ritrovamento.

Che senso ha scalare una montagna?… Ciò che conta è sapere di aver compiuto qualcosa.
Bisogna esser convinti di poter resistere fino alla fine – sappiamo anche che non esistono sogni
che non valgano la pena di essere sognati… Abbiamo sconfitto un nemico?
No, abbiamo vinto noi stessi. Abbiamo conseguito qualcosa di pienamente soddisfacente…
Lottare e capire – una cosa non è possibile senza l’altra; questa è la vita…


Emilio ComiciEmilio Comici
(Trieste, 21 febbraio 1901; Val Lunga, 19 ottobre 1940)

Il più strordinario talento del periodo tra le due guerre. Da molti accostato, per l’eleganza del suo stile, al mitico Paul Preuss. Riccardo Cassin di lui disse: "In più di cinquant’anni non ho mai visto nessuno arrampicare con tanta apparente facilità, con tanta eleganza". La grandezza di Comici sta non tanto nella mole delle vie percorse e aperte, fra tutte si ricordi la Nord della Cima Grande di Lavaredo, con i fratelli Dimai, nel 1933, ma nella purezza dello stile e nella ricerca della linea estetica ideale, quella della "goccia che cade": egli andava sotto la verticale di una cima e tirava su diritto. Famosissima e in parte inspiegabile, la straordinaria salita solitaria e senza corde della sua stessa via alla Nord della Cima Grande di Lavaredo nel 1937: exploit fra i più grandi di tutta la storia dell’Alpinismo. Cadde per un banale incidente a causa di un cordino marcio; non stava arrampicando. Non ha lasciato libri, tuttavia recentemente molti suoi scritti, appunti per conferenze, note e foto sono stati riuniti da Elena Marco in "Alpinismo eroico" edito da Vivalda. Altra opera interessante è quella di Spiro Dalla Porta Xidias, "Emilio Comici, mito di un alpinista" (1988) edito da Nuovi Sentieri.

Sinceramenteio non mi guardo quasi mai allo specchio; specialmente,
poi, spogliato. Le mie gambe magre e solo fasciate di muscoli ed il mio
petto sproporzionato, e pure lui con muscoli talmente affioranti che si potrebbe
farne uno studio anatomico, mi fanno un po` di orrore.
Ma quella sera invece mi vidi bello, e non mi parve di essere me stesso.
Per sincerarmi che non sbagliavo, mi toccai, e mi palpai tutto.
E mi vidi (perdonatemi la vanità) proprio bello, scuro, abbronzato dal sole,
un vero capolavoro della natura. Queste sensazioni le dovevo
al pensiero di sentirmi ancora sano, integro e ben vivo.


Giusto GervasuttiGiusto Gervasutti, il Fortissimo
(Cervignano del Friuli, 17 aprile 1909; Mont Blanc du Tacul, 16 settembre 1946)
all’indomani della prima alla Est delle Grand Jorasses, la sua impresa più notevole.

 

 

 

 

Nientefremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria.
La mèta raggiunta è già superata.
Direi quasi un senso di amarezza per il sogno diventato realtà.
Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa,
lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai…
L’uomo felice non dovrebbe avere più nulla da dire, più nulla da fare.
Per mio conto preferisco una felicità irragiungibile,
sempre vicina e sempre fuggente
.

da: "Giusto Gervasutti il Fortissimo", Melograno Edizioni


Hermann Buhl Hermann Buhl
(Innsbruck, 21 settembre 1924; cresta del Chogolisa, 27 giugno 1957)

Buhl è il vincitore solitario della montagna che respinse gli assalti di ben 7 spedizioni prima della sua: il Nanga Parbat, 8125m. Buhl è un altro di quei personaggi che non hanno connotati "umani", individui arsi da un sacro fuoco per la montagna, fino al supremo sacrificio: "Hermann Buhl era un fascio di energia il cui destino non era quello di vivere a lungo", così lo stesso Messner che ha curato insieme a H.Höfler una riedizione di "È buio sul ghiacciaio", celebratissimo diario dello scalatore austriaco (Hermann Buhl, "In alto senza compromessi", Vivalda Editori) e da cui è tratto il passo precedente. Follia o fanatismo non ha alcuna importanza: nelle imprese di Buhl si respira l’atmosfera di gesta epiche in cui l’eroe vive, agisce e muore solo per soddisfare la sua missione: salire sempre. E infine si finisce con ammirare questa totale abnegazione, anche se difficile da accettare. Impressiona l’enorme capacità fisica di sopportare sforzi incredibili e di impegnarsi fino allo stremo delle forze. Basti solo un esempio: nel ’52 affronta la Nord dell’Eiger, ma il tempo si mette al peggio. Altre cordate si trovano a mal partito, fra queste c’è quella di Gaston Rebuffat e Guido Magnone. Sembrano spacciati, quando Buhl si mette a capo di quella cordata di 9 persone e in 4 giorni di sforzi estremi, fino allo svenimento, porta tutti in salvo!  Buhl fu un alpinista simbolo, e per questo anche inviso. Per molti  il più grande di un’epoca. Una cornice di neve si staccò sotto di lui durante la discesa dal Chogolisa, tra una nebbia fittissima. Poco più avanti lo precedeva Kurt Diemberger. Lasciava così una moglie e tre figlie, cui era, nonostante tutto, legatissimo

L’idea di affrontare una notte all’addiaccio a 8000 metri di quota, senza l’equipaggiamento necessario – senza sacco a pelo, senza telo da bivacco, senza corda e senza zaino – non mi sembra affatto strana, anzi mi pare quasi naturale. Dopo tutto ho delle belle scarpe calde imbottite di feltro, è ben difficile che mi si congelino i piedi. Lo zaino con il maglione pesante e i vestiti di ricambio è laggiù sul pianoro, ma sono in grado di resistere anche con il solo pullover che indosso: mi è già successo altre volte di dover affrontare temperature di meno venti gradi in situazioni tutt’altro che incoraggianti

(luglio 1953, conquista solitaria del Nanga Parbat, 8000 "stregato" e fatale a molti).


Walter BonattiWalter Bonatti
(Bergamo, 22 giugno 1930, vivente.

Nel decennio 50-60 Bonatti è incontestabilmente il più forte alpinista al mondo. Si mette subito in luce con la scalata della Est del Grand Capucin, nel gruppo del M.te Bianco, impresa epica per l’epoca (1951). Altro eccezionale exploit è la scalata solitaria del Pilastro del Dru, con il leggendario traverso che Bonatti risolse con manovre a corda di incredibile audacia e che nessuno più ripeterà. Per sette giorni rimane appeso a quegli strapiombi: è il 1955. Poi confesserà che quella impresa gli servì a riconquistare la pace interiore duramente minata dagli avvenimenti legati alla conquista del K2 da parte degli Italiani l’anno prima, il ’54, e che tanto lo amareggiarono a causa di assurde incomprensioni con gli organismi ufficiali della spedizione. In quell’occasione fu costretto a bivacare a oltre 8100 metri, senza tenda e senza usufruire dell’ossigeno che doveva invece servire a Compagnoni e Lacedelli per raggiungere la vetta. Ancora oggi, nonostante il riconoscimento da parte del CAI della sua versione dei fatti, Bonatti ha mantenuto un certo distacco e non ha di fatto accettato le scuse, evidentemente troppo tardive. Ancora nel ’63 supera la Nord delle Grand Jorasses in pieno inverno e "chiude" la sua carriera di alpinista di punta con un’altra impresa memorabile: la scalata diretta e solitaria della Nord del Cervino nell’inverno del ’65, exploit che ebbe grande risonanza mondiale e che gli valse diverse prestigiose riconoscenze internazionali. Meno note, ma non per questo meno estreme, sono state le successive avventure esplorative compiute un po` in tutti i continenti, sempre nel medesimo stile: solitarie e con il minimo appoggio esterno.

Lapresenza degli amici, seppure materialmente lontani e inavvicinabili,
ha sul mio spirito un potere galvanizzante. Provo la certezza che arriverò
in cima al Dru. Non dormo, naturalmente, ma passo il mio tempo a rimuginare
sulle inevitabili riflessioni. Mi sento infine come se ritornassi alla vita
dopo esserne stato tanto lontano da dubitare quasi che le mie esperienze
ancora in atto appartengano invece che a me a un’altra persona immaginaria.
Nulla è mutato materialmente da pochi minuti a questa parte, il dolore alle mani
è sempre più crudele, la sete bruciante, l’ombra nera degli strapiombi che
spuntano sopra il capo continua a essere repulsiva, eppure dentro di me
si è ribaltata una condizione. Soltanto adesso sento di rientrare nella dimensione
umana ed è in questo stato che ora posso stabilire l’intensità di ciò che
ho vissuto quassù. La mia misura, ora me ne rendo conto, era fino a poche ore
fa quella della montagna i cui elementi, roccia, gelo, vuoto, staticità,
avevano finito per assorbirmi. Ero arrivato a farne parte, a formare
un’unica cosa con lei. Sento dunque di avere in pugno il Pilastro del Dru,
ma sento anche di aver varcato ben più importanti, invisibili confini.
So di aver superato la barriera che mi separava dalla mia anima e nell’esaltazione di questo momento provo un gran desiderio di piangere.
Un pianto il mio che stranamente si sostituisce con un canto,
sommesso all’inizio e poi sempre più forte, come dovessi liberarmi da un incubo.
Il cielo comincia a schiarirsi, sta per iniziare la sesta giornata di lotta
e ogni mia energia è raccolta e protesa verso l’ultimo ostacolo che oppone la vetta.

da: "Le mie montagne"; Il Pilastro sud ovest del Dru


Reinhold MessnerReinhold Messner
(Villnoss/Funes 17 settembre 1944, vivente)

Definire questo alpinista è quasi impossibile, poichè nessuno come lui e prima di lui ha spostato così in avanti i limiti umani sia tecnici che di sopravvivenza in ambienti naturalmente ostili all’uomo. Egli travalica il significato stesso del termine Alpinismo nel cui ambito compie fin da giovanissimo innumerevoli imprese (spesso solitarie) ritenute assolutamente impossibili: si pensi solamente alla prima solitaria alla Nord delle Droites, a 25 anni, nel gruppo del Bianco, compiuta in giornata quando le migliori cordate dell’epoca impiegavano perfino 5 giorni! Il 16 ottobre 1986 diventa il primo uomo ad avere raggiunto la vetta di tutti e 14 gli 8000 della Terra. È anche il primo uomo che sale senza bombole sull’Everest e lo fa ancora in solitaria, ma le sue imprese acquistano maggior valore quando si riconosce che dietro non c’è disprezzo per la vita, ma grande preparazione, conoscenza e soprattutto una notevole comprensione dei propri limiti e della possibilità di migliorarli. Qualità senza le quali sarebbe sconsiderata, se non addirittura esecrabile "l’arte dell’inutile", cioè l’Alpinismo. Alla luce degli esasperati exploit attuali si capisce la profetica dedica di un altro grande, Walter Bonatti, che nel suo celeberrimo libro "I giorni grandi", scriveva in apertura: «A Reinhold Messner, giovane e ultima speranza del grande alpinismo tradizionale» Ma Reinhold è anche autore di libri di successo sulle sue avventure, celebre "Settimo grado" in cui si poneva a dura critica il mito della insuperabilità del VI grado in arrampicata libera. È anche autore di film e ricercato conferenziere; attualmente vive nel castello rinascimentale di Juval, da lui restaurato e si definisce contadino.

Ho sempre voluto sapere
quanto di freddo e di caldo,
di speranza e di paura
di debolezza e di forza
di altezze e di profondità
l’uomo possa sopportare.

Volevo sperimentare la frontiera,
il limite dello sfinimento;
almeno intuire
l’essere consumato,
svuotato, sbriciolato.


Poichè non si poteva salire più in alto
ho continuato a cercare,
ho creduto finalmente
di trovare la risposta
nella ripetizione, nella serie:
«fin qui e non oltre».

L’azione però dissolve sempre e di nuovo la certezza.


Hans KammerlanderHans Kammerlander
(Acereto, Sud Tirolo, 1956, vivente)

Compagno di Reinhold Messner in numerose avventure himalayane (celebre, fra tutte, la traversata nel 1985 dei due Gasherbrum, I e II, due ottomila, senza campo base intermedio, traversata che richiese 8 giorni sempre ad una quota superiore ai 7500 m). Più recentemente si è segnalato per le sue discese con gli sci da cime himalayane. Nel ’96 è sceso in tale stile dall’Everest.

 

Le più eccelse prestazioni in qualsiasi campo
dell’esistenza non possono essere raggiunte seguendo
una ricetta, non sono trasmissibili da un individuo
ad un altro.
La somma del talento , dell’intelligenza, dell’istinto
e del duro lavoro basta in genere solo per uno scopo,
è finalizzabile verso un’unica attività.
Il problema fondamentale è quello
di sapersi valutare correttamente.


tratto da http://xoomer.alice.it/averlicc/

Celso diceva che l’essenza dell’alpinismo è il rischio: io non potevo condividere questo suo detto, mi pareva abbassare l’amore per la montagna a un gioco pazzesco o assurdo, ma forse avevo mal compreso la sua asserzione che in fondo non è lontana dalla mia: l’essenza dell’alpinismo consiste nella conquista metro per metro della propria vita. Dunque in fondo è rischio: ma il rischio non è fine a se stesso bensì solo la premessa necessaria alla conquista.
La vita vissuta è solo quella conquistata. Perciò la vita è difficile e deve essere difficile, come un’ascensione che non può essere bella se non è anche difficile. Ove non c’è difficoltà, non c’è lotta; ove non c’è lotta non c’è conquista. Perciò la vita è lotta. (E. Castiglioni – Il giorno delle Mesule).

" … Ero partito da solo, come spesso mi accadde in quell’anno. Sapevo che l’alpinismo solitario in genere è condannato e considerato quasi come una mania suicida. L’uomo, dicono i benpensanti sostenitori di questa tesi, non ha il diritto di impegnarsi di sua volontà in un gioco eccessivamente rischioso come questo… Preuss passava sovrano di vetta in vetta, di conquista in conquista, sprezzante di ogni mezzo di protezione… lo, più modestamente, mi accontentavo di andare lassù a sfogare il malumore accumulato nelle ore monotone di città. E nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l’azzurro, nella dolcezza un po’ stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità. E nessuna teoria pacifista e sentimentale potrebbe indurmi a cambiare opinione. … E l’ebbrezza di quell’ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia… Ed al giovane compagno che inizia i primi duri cimenti, ricorderò il motto dell’amico caduto su una grande montagna: Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio" (G. Gervasutti, Scalate nelle Alpí).

"Se mi fosse dato di vivere senza la possibilità di sognare e di lottare per un sogno, bello quanto inutile, sarei un uomo finito" G. Gervasutti.

"Tu sei uno dei pochi che possano veramente comprendere l’alpinismo solitario, perché l’hai fatto tu pure. A me piace immensamente. Non ho provato finora niente di più bello in montagna. Credo almeno di non aver provato niente di più bello, perché se quei momenti mi hanno portato gioia, vuol dire che mi avvincevano assai, mi stordivano tutto. E’ bello, bello assai arrampicare tutto libero, su una parete che strapiomba, veder fra mezzo alle tue gambe quel vuoto, e sentirti di poterlo dominare con le tue sole forze. lo quando arrampico da solo guardo sempre giù per inebriarmi del vuoto, e canto dalla gioia. Se non ho fiato per cantare, perché il passaggio difficile me lo stronca, allora il canto continua muto nel mio interno" (E. Comici – Tratto da: Lettera a Casara – Trieste, 11/09/37)

Mi ricordo del Dhaulagiri: sette anni fa, stavamo salendo ugualmente verso la vetta, Nawang Dorje ed io. " Wc go slow, very slow, now! " gli avevo detto. Ed allora avevamo preso questo ritmo: un passo e respirare… un altro passo e respirare… girare lì a serpentina e respirare… ancora un passo, un altro respiro… un passo più breve, perché è ripido… e non fermarsi… e respirare; dopo un’ora Nawang Dorje ed io eravamo soli soletti a quota 8000, e non ci sentivamo affaticati; poi seduti, avevamo fatto merenda aspettando gli altri. Anche questi erano in ottima forma, solo non avevano dato importanza a quel ritmo. Dove sta il limite per un essere umano? E’ tutta una questione di come, di tecnica, cioè, e di saper ascoltare se stessi e di combinare insieme questi due fattori. Penso che in linea di massima, ognuno di noi può trovare questo punto d’incontro, e raggiungere così il proprio limite, o almeno avvicinarsi ad esso. Se la fortuna gli offre l’occasione. Camminiamo lentamente ed infine, quando il pendio diventa ripido, zigzaghiamo in modo quasi ridicolo. Così, allungando il percorso, riusciamo a compensare la limitatezza delle capacità umane. Senza sosta, col minimo sforzo necessario e senza respiratori. Oggi rago- giungeremo la vetta. Se non faremo errori… Starò bene attento a questo in ogni momento. Perché la fortuna ci ha offerto un’occasione. (Kurt Diemberger – Tra zero e ottomila)

Qualcuno dice che ho un debole per le pareti Nord. E ha ragione. (Kurt Diemberger – Tra zero e ottomila)
 

A tenermi attaccato alla montagna, a tenermi attaccato al mondo, erano soltanto due sottili chiodi di molibdeno al cromo piantati in un centimetro di acqua congelata. Eppure più mi arrampicavo, più mi sentivo a mio agio. Al principio di ogni scalata, specialmente se solitaria, senti costantemente il richiamo dell’abisso alle spalle, e per resistere devi compiere uno sforzo tremendo e consapevole, non puoi permetterti di abbassare la guardia un solo istante. Il vuoto, col suo canto di sirena, ti fa salire i nervi a fior di pelle, rende i movimenti incerti, goffi, scoordinati. Ma proseguendo la scalata, ti abitui all’esposizione, a stare gomito a gomito col destino, finisci per credere nell’affidabilità delle tue mani, dei tuoi piedi, della tua testa, finisci per fidarti del tuo autocontrollo. Poco a poco l’attenzione si focalizza con tanta intensità che smetti di far caso alle nocche sbucciate, ai crampi alle cosce, allo sfinimento per la concentrazione costante. I tuoi sforzi calano in una sorta di stato di trance, l’arrampicata diventa un sogno a occhi aperti, le ore scivolano come minuti e la zavorra accumulata giorno per giorno le bollette non pagate, le opportunità sprecate, la polvere sotto il divano, l’inevitabile prigione che ti circonda temporaneamente svanisce, esclusa dai pensieri da un’irresistibile chiarezza di propositi e dalla serietà dell’obiettivo contingente. In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità, non però quel genere di emozione sul quale contare. Nelle scalate solitarie l’intera impresa è tenuta insieme da una certa temerarietà, un adesivo non molto affidabile. (Jon Krakauer – Nelle terre estreme)

Il pomeriggio trascorre tranquillo e riposante. E’ bello non avere fretta, poter vivere realmente con la montagna. E’ questo il richiamo che sento impellente ed è questo ciò che ho trovato con Julie, la mia straordinaria compagna, anche se, a dire il vero, da sempre ho agito con questo criterio. Più volte abbiamo cercato di capire perché, anche fra i nostri migliori amici, tende a prevalere la consuetudine di salire la montagna il più in fretta possibile e di mettersi quanto prima sulla via del ritorno. Ma così facendo, quale rapporto resta più con la montagna? La si ama ancora? O si finisce con il viverla solo in funzione di se stessi. E’ logico che, qualche volta, per ragioni tattiche, sia necessario muoversi rapidamente, in determinate situazioni, in particolari tratti della salita o della discesa. Però questa sembra diventata la regola prevalente. Ma allora veniamo in questi posi meravigliosi per adempiere a un dovere e, appena compiuto, li lasciamo il più in fretta possibile? (Kurt Diemberger – K2, il nodo infinito)

L’alpinista è un inquieto inguaribile: si continua a salire e non si raggiunge mai la meta. Forse è anche questo che affascina: si è alla ricerca di qualcosa che non si trova mai. (Hermann Buhl – E’ buio sul ghiacciaio)